Natale nuovo inizio 2018-19

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Il 22 dicembre 2018, Il Cammino della Luce di Betlemme proseguirà dall’Hospitale di San Tomaso a San Daniele, a Ragogna a alla chiesa di San Giacomo di Villanova fino alla chiesa di Carpacco. Informazioni sul nostro blog.

mail: amicidellhospitale@gmail.com  blog: https://hospitalesangiovanni.wordpress.com

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Lunedì 31 Dicembre 2018

ore 20.00

Cammino dell’Inizio

La notte di San Silvestro


ci vediamo all’Hospitale di san Giovanni, il nostro “altrove”

a San Tomaso di Majano, per questo nuovo inizio

nella semplicità e nell’accoglienza reciproca dell’Hospitale

dedicato a Padre Paolo Dall’Oglio 

il 31-12-2018 appuntamento alle ore 20.00

Partenza alle ore 20.30 per il cammino a piedi, notturno (circa due ore in tutto), sui colli di San Tomaso, fino ai Prâts da Mont e ritorno per la S. Messa di fine anno, alle ore 22.30.

Dopo la Messa, brindisi e auguri per il passaggio al 2018

a tutti Buon Natale e Buon Inizio
dagli Amici dell’Hospitale

Il cammino dell’Inizio è il passaggio notturno sui colli, dal mondo che finisce al mondo che inizia, come i pastori di Beit Shaur scesero le montagne, quella notte, verso Betlemme in Palestina, dove l’impensabile stava accadendo. Questo cammino si svolge dal 2012 ed è nato sulla scia del Cammino della Pace di Zuglio.

Info: cell. 328 8213473 (M) cell. 339 5667905 (L)

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LUCE DI BETLEMME

Una fiamma è accesa da 15 secoli, ininterrottamente, nella Basilica della Natività di Betlemme. Dal 1986 e anche quest’anno viene portata dalla Palestina a Linz e da lì in tutta Europa

LA LUCE DELLA PACE DI BETLEMME 2018

dalla Palestina a Linz in Austria, a Trieste, giungerà a Udine

e da lì la porteremo in cammino a piedi fino all’Hospitale di San Tomaso

DOMENICA 16 DICEMBRE

Partenza con le lanterne ad olio accese alle ore 8.00

dal santuario di Madonna delle Grazie in Piazza 1° Maggio a Udine,

si uniscono al Cammino anche gli Amici di Totò con 6-7 asinelli

si procede attraverso le colline di Moruzzo

pranzo al sacco alle 12.30 c.a a Colloredo di Monte Albano

arrivo alle ore 16.00 presso il Santuario di Comerzo

alle ore 16.30 presso la scalinata del Centro Comunitario di San Tomaso andiamo incontro alla Luce

arrivo all’Hospitale verso le 17.00

17.30 S. Messa nella Chiesa di San Giovanni 

concerto del Cantiere Armonico di Udine

  O MAGNUM MYSTERIUM

 Segue la distribuzione della Luce e un momento insieme all’Hospitale

Tutti i particolari negli allegati, anche per chi desidera fare tutto il cammino o parte di esso

https://lucedellapace.it/w/di-cosa-si-tratta/

Luce di Betlemme

La luce di Betlemme è la fiamma accesa da almeno quindici secoli ininterrottamente nella Basilica della Natività di Betlemme in Palestina. Questa fiamma è stata difesa e mantenuta accesa e alimentata con l’olio nei secoli da tutte le nazioni cristiane. La Luce della Pace da Betlemme (in tedesco Friedenslicht aus Betlehem) è un’iniziativa internazionale cominciata nel 1986 in Austria, che consiste nell’andare a Betlemme ogni anno ad accendere una lanterna sulla fiamma della Basilica della Natività per portarla in Austria a Linz e da lì poi distribuirla con i treni e a piedi nella maggior parte dei paesi europei.

La Luce entra dunque in Italia a Trieste e da lì viene portata con i treni a Genova, in Sicilia, a Bari. Dal 2008 anche noi abbiamo cominciato a portarla a piedi prima dalla stazione dei treni di Portogruaro a Valvasone, Fotanafredda, Sarone con gli amici scout di Valvasone e Fontanafredda. Dal 2012 ci siamo uniti al gruppo scout FSE e Agesci di Udine e portiamo la luce di Betlemme a piedi dalla Stazione dei treni di Cervignano a Strassoldo, a Palmanova a Udine e da lì a Moruzzo a Colloredo di Monte Albano e all’Hospitale di San Tomaso. Qui poi si può accendere con un cero la Luce per portarla a casa e custodirla qualche giorno. Chi la tiene fino a Natale, chi fino all’Epifania e chi fino alla Candelora, quando ricordiamo la perdita di Giulio.

Attenzione al problema dell’incendio, meglio tenerla in luogo arieggiato e chiusa in una teca di vetro. Attenzione non sarà facile custodire la fiamma, basta un colpo di vento, una vibrazione, o arrivare a casa troppo tardi non in tempo per sostituire il cero o alimentare l’olio. E’ una responsabilità tenere accesa e non spegnere una fiamma che non è stata mai spenta da 15 secoli. E tuttavia è facile che si spenga e a quel punto l’unica speranza è andare a riaccenderla dal vicino o dall’amico o fratello, sperando che lui ce l’abbia ancora. Di solito si sarà appena spenta anche a lui, per la nota legge. E’ preziosa la Luce di Betlemme, così preziosa che per salvarla, appena ce l’hai, devi regalarla a tutti, quelli che incontri. E’ metafora della pace, simbolo. E’ solo una fiamma certamente ma ha lo stesso schema di funzionamento della speranza dell’umanità e della pace: è frutto di una scia lunga nella storia e nella via da Oriente a Occidente e passa a Betlemme.  Anche la pace, se ce l’hai, per salvarla devi diffonderla in ogni parte del territorio e donarla a tutti quelli che incontri, se puoi fermarti un attimo. Per quello il cammino lento, a piedi. Non è una fiaccolata, è la luce di Betlemme sempre accesa, simbolo di quella speranza sempre viva. Accenderla serve per ritrovare la modalità di riaccensione di quella speranza che dà vita e di rinascita nella comunità.

La Luce della Pace di Betlemme nacque inizialmente come parte dell’iniziativa di beneficenza della radiotelevisione nazionale austriaca Österreichischer Rundfunk, chiamata “Lichts in Dunkel” (“Luce nel buio”), che ha l’obiettivo di aiutare persone bisognose (invalidi, profughi ecc.); dal 1986 l’ORF decise di aggiungere alla beneficenza anche un messaggio di ringraziamento e di pace, distribuendo prima di Natale nel territorio austriaco la luce di una lampada accesa dalla lampada ad olio che si trova nella Basilica della Natività a Betlemme (luogo dove nacque Gesù Cristo). Tale lampada infatti è mantenuta accesa grazie alle donazioni di olio da parte di tutte le Nazioni di fede cristiana, e non si è mai spenta da molti secoli.

La lampada è distribuita grazie agli scout del Pfadfinder und Pfadfinderinnen Österreichs, in collaborazione con i gruppi scout degli altri paesi dell’Unione europea.

In Italia l’iniziativa è stata inizialmente portata avanti dalle Associazioni Scout Triestine (Associazione Amici delle Iniziative Scout, Associazione Scout San Giorgio, Giovani Esploratori Italiani del Friuli Venezia Giulia, Scoutprom, Slovenska Zamejska Skavtska Organizacija) e dalle principali associazioni cattoliche nazionali: Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI), Associazione Italiana Guide e Scouts d’Europa Cattolici (FSE) e Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI).

Nel 2010, per far fronte a una sempre più onerosa organizzazione della distribuzione in Italia e semplificare alcuni passaggi burocratici, è stato fondato il “Comitato Luce della Pace da Betlemme”. Sono attualmente soci dell’associazione “Comitato Luce della Pace da Betlemme”:

  • Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani (AGESCI) – Zona di Trieste
  • Associazione Amici delle Iniziative Scout (AMIS) di Trieste
  • Associazione Italiana Guide e Scout d’Europa Cattolici della Federazione Scoutismo Europeo (F.S.E.)
  • Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI) – Comunità di Trieste

La Luce della Pace arriva in Italia già nel 1986, ad opera degli Scout sud-tirolesi di madre lingua tedesca. La diffusione della fiammella rimane limitata al territorio dell’Alto Adige per diversi anni, fino a quando un Gruppo AGESCI di Valenza Po si organizza per andare a recuperala a Vienna. Nel 1993, un Capo scout austriaco, Fritz, viene a Trieste in occasione di una delle molteplici attività di gran-de accoglienza effettuate dall’ Ostello Scout AMIS, associazione scout locale. Nel Natale dello stesso anno, chiamato ed ospitato dai Capi di questa Associazione, Fritz ritorna in Italia con la Luce della Pace per la Messa scout di Natale cittadina ed interassociativa, le associazioni che aderiscono sono AGESCI – AMIS – FSE – SZSO. Nel 1994 viene costituito un comitato spontaneo locale che a Natale partecipa fattivamente alla manifestazione per la Luce della Pace, accendendola a Vienna e portandola in Italia con un furgone fino a Trieste.

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Incontri dicembre 2018

Dedicato a Silvia Romano, rapita in Kenya.

CLICCA: http://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2018/11/21/silvia-e-lamore-per-lafrica-vivo-di-cio-che-dono_0bcdaaf0-9ea6-4bff-be85-5f1074aadb58.html

Lunedì 10 Dicembre 2018 ore 20.30

incontro con
MIMMO LUCANO sindaco di Riace
Centro Balducci Zugliano (Udine)

clicca: incontro Mimmo L. al Balducci

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INCONTRI GIÀ EFFETTUATI

Dall’Hindu Kush alle Alpi

Presentazione del libro

Centro Balducci, ore 20.30

Lunedì 17 dicembre 2018

Ho cercato tra le pagine di migliaia di libri a cui avevo accesso, tra le  pieghe degli abiti che portano al cuore l’odore di casa. La lettura è più importante del pane, è il pane che sazia la mia anima e la mia mente. Desidero capire l’uomo, attraverso il suo cammino sulla strada della storia che mi ha preceduto. 

Fawad e Raufi nasce nel 1991 a Kabul, in Afghanistan, dove compie i suoi studi universitari e inizia la propria carriera come insegnante di storia e letteratura alle scuole superiori.

Domenica 09 Dicembre 2018

pomeriggio dedicato ai bambini di tutte le età 

dalle 14.30

l’Hospitale è aperto per le visite gratuite

dalle ore 16.30

laboratorio di origami 

letture insieme

tè e merenda nella cucina medievale

nel frattempo

alle ore 17.30

La Via Balcanica 2018

presentazione delle missioni di aiuto in Bosnia

Incontro con le volontarie di Ospiti in Arrivo

alle 19.30 Cena mediorientale a offerta libera

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Immagine correlataRisultati immagini per velika kladusa migrants

a Velika Kladusa centinaia di persone sono bloccate, molti sono stati feriti nel tentativo di superare la frontiera con la Croazia. Ora è arrivato il freddo e la neve.  E’ un occasione per avere notizie direttamente da chi è stato lì a vedere e a portare aiuto.

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Mercoledì 05 Dicembre ore 18.00

incontro con Marco Deriu

ricercatore e docente all’Università di Parma che presenterà la figura e le idee di Cornelius Castoriadis – filosofo, sociologo, economista.
Come e perché coltivare la capacità di auto-gestione e auto-determinazione economica e politica nei territori e nelle comunità. L’incontro – organizzato da Pro DES (Associazione di Promozione Distretti di Economia Solidale) – sarà inoltre l’occasione per conoscere le possibilità offerte dalla Legge Regionale n. 4/2017 “Norme per la valorizzazione e la promozione dell’economia solidale” e le esperienze di filiere economiche locali già in atto nella nostra Regione.

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clicca: Deriu0512201

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Venerdì 30 Novembre ore 20.30

Incontro con l’autore

ANGELO FLORAMO

clicca:  Volantino Floramo 2018

La storia che Angelo Floramo racconta è inedita, giunge dai documenti, dagli archivi e dall’osservazione dell’opera umana di epoca protostorica, paleocristiana, medievale, moderna, contemporanea. E’ una storia viva che chiede di essere ripresa in mano, piena di forza vitale, c’è da innamorarsi. Chi dimenticherà il ragazzo del ’99, di famiglia povera, giudicato “discolo”, fu tenuto per lunghi anni in casa di correzione perché voleva suonare uno strumento, la musica era la sua vita. Invece fu spedito a morire al fronte.

E i prìncipi pastori dei tumuli protostorici? … i nostri morti che, secondo padre Turoldo, nella nostra regione, non sono stati sepelliti ma seminati, daranno frutti.

Ci ricorderemo anche della storia del pellegrino Restituto, scolpita su una lapide oggi custodita nel museo archeologico di Aquileia, che dice così: “ Qui giace in Pace il forestiero Restituto. Era venuto dall’Egitto per vedere questa città, ma questa terra volle trattenere il suo corpo. Da qui egli desiderava là dove era nato tornare, ciò tanto fu più crudele , in quanto non potè rivedere nessuno dei suoi. Ormai non era più forestiero come era venuto così da essere considerato come uno di loro. Qui in questa terra invisa trovò qualcuno che lo amò più dei genitori. Ma là dove il destino chiama nessuno può rifiutarsi.” “Il mare nostrum era assemblea fideles, e la fede era anche fede negli altri. La vita dell’uomo è fatta di migranze, il fato ti porta dove vuole lui – dice Angelo – rimpiango questa Aquileia, questa terra, dove ti amavano più di quelli che ti hanno messo al mondo, è una terra che potrebbe essere il paradiso Terrestre.”

Storie, quelle portate alla luce da Angelo Floramo,  che da un lato ti rassicurano e dall’altro sono sempre più impegnative, interrogano profondamente e danno responsabilità, compiti per il presente, speranze. Saremo pronti a raccogliere non solo la memoria donata, con questa sua generosità dispendiosa, ma a prendere appunti, leggere i libri, riascoltare per cambiare almeno un po’? Oppure tutto rimane come prima? Alla fine, Non ci basterà essere amici di Angelo Floramo! … o forse sì?

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Paolo Dall’Oglio 64

Clicca:  2018 Attività della Comunità Mar Musa

 

Salmo del mese 2018-11

Dall’Oglio, il giorno del suo 64esimo compleanno si infittisce il mistero del sequestro

Una inchiesta di “La Croix” riferisce nuovi dettagli sulla vicenda del gesuita romano sparito nel 2013, a partire da una valigia riconsegnata ai suoi cari dopo anni. Jacques Mourad, rapito in passato dall’Isis, rilegge nell’oggi la visione del confratello
AP

Una veglia per padre Paolo Dall’Oglio

Di lui non si hanno notizie dal 29 luglio del 2013, il mistero del suo sequestro resta impenetrabile, ma aumenta anche l’impressione che gli elementi emersi consentirebbero di sapere almeno qualcosa di più. La vicenda di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano espulso dalla Siria da Assad e poi sequestrato dall’Isis, sembra davvero riassumere la tragedia del popolo siriano, perso tra un sogno, quello della libertà, e un incubo, quello della ferocia. Nel complesso tragitto che separa il sogno e l’incubo la vicenda del gesuita romano, che ha scritto “Innamorato dell’Islam, credente in Gesù” e “Collera e luce”, indica un cammino mai semplice, come il conflitto che lo ha inghiottito.

 

Cercare di capire la sua vicenda è cercare di capirne mille, impastate tra passioni e intrighi, calcoli e speranze, dedizioni e paure, aneliti e progetti egemonici, crudeltà e sacrifici, efferatezza ed eroismo. Il silenzio e l’oblio dunque hanno la forza della comodità. Potrebbe confermarlo anche la vicenda della sua valigia, citata e scandagliata in queste ore da un’ eccellente inchiesta del giornale francese La Croix. Un suo amico, Youssef Daas, uno di quelli che lo vide nelle ore precedenti il sequestro a Raqqa e che poi hanno dato l’allarme sulla sua scomparsa, nel 2014 decise di fuggire dalla sua città. Non devono essere stati momenti facili per lui, che comunque in un contesto drammatico non si dimenticò del suo amico, dei suoi effetti personali. Tolse quel che gli apparve superfluo, mise tutto in una sacca e lo portò con sé, consapevole del rischio, in Turchia.

 

Le vicende siriane non sono mai semplici, i pericoli molteplici, è probabilmente questo il motivo per cui Youssef affidò il tutto a una terza persona, che fece inviare gli effetti di Paolo non al consolato più vicino, come concordato, ma a Parigi. Nella capitale francese un dissidente siriano consegnò quanto ricevuto all’ambasciata italiana. Eravamo nel 2014, ma solo all’inizio del 2018 gli effetti personali arrivarono a chi di dovere, cioè ai suoi cari, che dopo essere stati informati avrebbero atteso a lungo prima di entrarne in possesso. Questo, riferito sommariamente, ricostruisce il giornale cattolico francese, dandone conto in questa ampia e approfondita inchiesta, aggiungendo che lì c’erano tutte le chiavi d’accesso al suo tablet e ai suoi account.

 

Vatican Insider è stato riferito che i passaggi di mano in Turchia sarebbero stati effettivamente due, gli effetti del religioso infine sarebbero stati portati di persona a Parigi da persona vicina a chi poi li ha consegnati all’ambasciata italiana. La certezza di Youssef, è stato fatto notare in base a quanto scritto dal figlio sul Raqqa Post tempo fa, era che quegli effetti personali fossero stati portati al consolato italiano di Gazantiep, il più vicino al confine siriano. Cosa accadde? Non sembra sia stato appurato, dal momento che nessuno avrebbe ritenuto di sentire i protagonisti di questa complessa vicenda. Ma il punto della ricostruzione di La Croix sta nel tempo impiegato dalla valigia di padre Paolo Dall’Oglio ad arrivare dall’ambasciata italiana a Parigi ai suoi veri destinatari. Tantissimo. E qui le ulteriori domande non sono poche.

 

È un tempo che scorre molto lento quello del caso di padre Dall’Oglio, troppo, visto che in queste ore il gesuita romano compirebbe 64 anni: quando è stato rapito ne doveva compiere 59; è vivo? È stato ucciso? E da chi? E soprattutto, perché? Tutto questo rimane avvolto da un mistero impenetrabile, come nel caso di tantissimi siriani, quale Paolo si riteneva e definiva: migliaia di persone né vive né morte, inghiottite nel buio siriano, un buio che non finisce mai. Ricordare Paolo diviene così ricordare una tragedia rimossa, che coinvolge non solo le tantissime, probabilmente migliaia di persone che sono in analoghe condizioni, ma migliaia di famiglie, che convivono con l’attesa, una sottile speranza e l’angoscia da anni.

 

Eppure per Paolo si è appreso il nome e la permanenza in vita del suo probabile sequestratore, Abdul Rahman al Faysal abu Faysal, emiro dell’Isis . Lui è a Raqqa, ma nessuno parrebbe averlo interrogato. La forza della sua tribù indurrebbe le autorità curde a estrema cautela: in città ci sarebbero state anche sparatorie per ottenerne il rilascio, e lui ora sarebbe a casa sua, non in prigione. Un capo dell’Isis agli arresti domiciliari? Ma c’è solo il timore per l’ordine pubblico a tenerlo lontano dagli inquirenti, o anche l’importanza dei segreti che potrebbe, volendo, svelare? Ora emergono altri nomi, vengono fatti dal pregevole e documentatissimo reportage di La Croix. Si tratta di altri esponenti dell’Isis che quel giorno sarebbero stati nella sede dell’Isis dove si persero le tracce del fondatore della comunità monastica di Mar Musa.

 

«Lui, recandosi nella sede dell’Isis, entrò in un nido di serpi», dice il vecchio amico al giornale francese. Certamente è così, e certamente Dall’Oglio questo lo sapeva. Dunque deve esservi entrato per un valore che riteneva più importante della sua stessa vita, testimoniare la sua fede. E a Raqqa testimoniare la fede in quelle ore cruciali, decisive, drammatiche, le ore che hanno preceduto la conquista della città da parte dell’Isis, significava portare speranza, amicizia per l’uomo, per gli uomini, cercare la salvezza dei sequestrati, operare per evitare il peggio.

 

La Croix ipotizza che portasse un messaggio della leadership curda per evitare i successivi sconvolgimenti. Può essere, ma il punto più importante può essere se il vero messaggio non sia stato proprio nel viaggio. Poche settimane prima, a Beirut, stando al rendiconto de L’Orient le Jour, durante una conferenza, padre Paolo disse: «Se i cristiani sostengono il regime (di Assad) perché hanno paura dell’islamismo lasceranno in massa il Paese. È quello che è successo in Iraq, è quello che accadrà in Siria e se non si trova una soluzione, è quello che si verificherà anche in Libano. I cristiani del Medio Oriente non sanno più perché Dio li abbia mandati a vivere con i musulmani. Quando uno non trova più una risposta a questo, allora uno parte, lascia il paese. La loro deve essere una risposta spirituale, non soltanto sociale o economica».

 

Stanno forse tornando i cristiani in Siria? Ma lui, padre Dall’Oglio, l’uomo che da Mar Musa aveva affascinato tanti giovani, anziani, cristiani, musulmani, agnostici, atei, pellegrini, turisti e tanti altri ancora, sosteneva che i monasteri avessero tanto da dire, soprattutto a un mondo che dai tempi degli Ottomani, che pure cercarono la riforma dello statuto personale con le note riforme, ancora vive nella divisione confessionale e nella protezione delle comunità da parte del Sultano, o del capo di turno: «I monasteri cristiani sono la migliori riprova che non v’è miglior protezione del buon vicinato». Ma sono i cristiani di Siria quelli che devono scegliere e credere nel senso del messaggio di Paolo, quello affidato a L’Orient Le Jour soprattutto.

 

Padre Jacques Mourad, aleppino che ha lavorato con Dall’Oglio sin dall’inizio dell’avventura di Mar Musa e che come lui è stato sequestrato dall’Isis, risponde senza esitare: «Questo è il momento in cui i cristiani di Siria sono chiamati a dare la loro testimonianza. Cosa vuol dire essere cristiani se si sottostà alla paura? Dov’è Dio? Sottostare alla paura è un messaggio di disperazione, non di speranza. Quella disperazione che provano tanti siriani davanti alle scelte della Comunità Internazionale che li ha dimenticati, che non ha fatto la cosa giusta. A questi siriani noi dobbiamo dare il nostro messaggio, che è messaggio di speranza, di pace, non un messaggio disperato. Voglio fare un esempio: quando sono stato prigioniero non è stata la paura che mi ha dato la forza di resistere alle pressioni che venivano esercitate su di me (si riferisce evidentemente alle minacce patite quando gli venne intimato di convertirsi, ndr). Dove mi avrebbe portato la paura? Quella forza nella paura non può esserci. E allora se noi cediamo alla disperazione, non chiudiamo le porte alla testimonianza?».

 

«In definitiva – spiega Mourad – voglio dire che i cristiani sono chiamati ad aiutare loro il popolo siriano, sulla via della speranza, con il loro impegno per la giustizia e l’eguaglianza; quindi i cristiani sono chiamati a una testimonianza basata sul Crocifisso, che ha dato la Sua vita e il perdono. Siamo chiamati così a tornare allo spirito della “buona novella” dei nostri padri, dei nostri martiri; è grazie alla loro testimonianza di fede e di sangue se siamo ancora in quel territorio! Chi è responsabile del futuro dei cristiani nel Medio Oriente? Certo, scappare è facile, ma dopo? Queste parole per me sono l’eco del sacrificio di padre Paolo».

 

Ritenuto da alcuni un impolitico, un sognatore, da altri un visionario, Paolo Dall’Oglio è al centro di una rimozione che arriva ai temi di fondo del nostro confronto odierno. Lui, già nel 2013, quindi ben prima del drammatico afflusso di profughi nel 2015, seppe prevedere quel che da allora avrebbe tormentato il nostro confronto sul tema dei profughi, visto che dopo il suo sequestro dalla Siria ne sono partiti milioni, dicendo in un’intervista: «È una tattica infernale scatenare le provocazioni per mettere le comunità l’una contro l’altra. Ma non senti i rumori di questi milioni di profughi che si preparano ad arrivare in Europa? Non senti i colpi dei remi, il respiro ansimante dei fuggiaschi, i motori lenti dei barconi? Sono milioni… È il nuovo esodo dalle Terre del Faraone, ma non ha Terre Promesse».

 

Occuparsi del suo sequestro, dei suoi motivi, delle sue modalità, occuparsi di lui come dei due vescovi rapiti pochi mesi prima e anche loro inghiottiti ancora oggi nel buio nonostante i giuramenti di autorevoli mediatori libanesi che il rilascio fosse imminente, non vuol dire dimenticarsi di migliaia di altri sequestrati, dei quali da anni non si hanno notizie; vuol dire non avere paura di avvicinarsi alla verità, siriana e non solo siriana. Una verità che probabilmente oggi può essere cercata non solo in Siria, ma anche nei tanti luoghi dove i siriani, che spesso conservano un ricordo indelebile di quello che hanno sempre chiamato abuna Paolo (nostro padre Paolo), sono stati disseminati

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Gli alberi di San Giovanni

Cari alberi non siamo riusciti a proteggervi, a salvarvi

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Nel ’45, un giorno, Giuseppe Zoratti scese da San Tomaso a Udine in bicicletta, andò al vivaio e chiese se avevano delle piante da poter piantare intorno alla chiesa di San Giovanni di Gerusalemme che a quel tempo faceva parte della sua proprietà, lui e la sua famiglia,  le sue figlie sua moglie, suo padre Vico: vivevano nell’Hospitale del 1199.

Il vivaista gli disse: – ho solo questi se vuoi.  Giuseppe se ne tornò indietro in bicicletta con cinque deodara, cedri siberiani, sul manubrio. E li piantò intorno alla chiesa dove da tempo immemorabile c’era il cimitero, numerose sepolture prima accostate poi nel tempo sovrapposte. Lì c’erano priori dell’Hospitale, pellegrini, antichi abitanti del borgo di San Tomaso. Su quella terra i cinque alberi crebbero veloci fino a 30, 40 m, un metro e mezzo di diametro, svettavano alti erano i pilastri della cattedrale più grande che conteneva la chiesa di san Giovanni. Segnavano il passaggio tra il paese e l’Hospitale, erano i guardiani dell’Hospitale i suoi antichi priori che ci accoglievano all’arrivo e cambiavano le prospettive, l’umore, davano serenità, fiducia, energia, sorriso, accoglienza. Sono state le colonne che hanno arginato la modernità preservando per decenni quest’isola medievale aspettando la ricostruzione e la rinascita.  Abbiamo chiesto di potervi curare come voi avete fatto con noi e con l’Hospitale: ci avete protetto dal vento, dal sole, dalla pioggia, dalla modernità. Man mano che la modernità avanzava verso l’Hospitale la chioma cresceva. Il 21 novembre sono arrivati camion, gru e motoseghe a manetta, la condanna segreta è stata affissa al muro su un foglio: taglio netto alla base. Solo di uno viene mantenuto un mozzicone per farne un tavolino macabro con la resina che continua a pompare a vuoto e non sa ancora nulla. Ricorda la decollazione di san Giovanni, beffarda, insensata e arrogante. L’esecuzione fulminea. Nessuno è stato avvertito neanche il tempo di un saluto di una riflessione di un pianto, di una preghiera insieme. Arrivati troppo tardi, due erano già tagliati. Le autorizzazioni regolari, tutti d’accordo, per il blitz. Tutto era stato preparato da mesi. Nulla era trapelato tra chi sapeva e chi no, fianco a fianco in chiesa, in paese, nelle attività di volontariato. Almeno una autorizzazione manca, quella di Giuseppe che aveva portato quelle giovani creature in bicicletta. Siamo rimasti a bocca aperta veramente. Proprio nel giorno di Giulio siete “caduti a pezzi sulla vostra faccia”, con i camion sulle sepolture, tutto sfondato. Arrivati al mattino, tradimento. Tutto compiuto.

La ferita c’è, la resina non si arresta. La vita pompa a vuoto ancora per un po’. Cercherà ancora invano il respiro tra i rami, il profumo balsamico dei suoi cedri, le figure colorate degli affreschi duecenteschi che ha protetto per quasi cento anni, e cercherà di sentire il fruscio al passare del vento nei capelli, il racconto delle storie di Gerusalemme degli amici dell’Hospitale e le loro preghiere.

 

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La via di Giulio

Giulio  già a 12 anni era giunto al dialogo delle culture, al superamento del “noi e loro”, la frontiera definitiva. Aveva studiato nuovi modelli economici e politici basati sui valori postbellici di libertà e beni comuni in Europa e sulla “democrazia del pane” in vicino Oriente e cercava di accordarle. Stava lavorando a cosa potevamo fare l’uno per l’altro.

http://www.youtube.com/watch?v=fC26XpXjSVw

Clicca  La via di Giulio 21-11-18(1)

Il 17 novembre padre Paolo Dall’Oglio ha compiuto 64 anni, dal 29/7/13 non abbiamo tue notizie, ti aspettiamo caro Abuna.

L’incontro è dedicato anche ritorno al più presto di Silvia Costanza Romano, volontaria a Malindi rapita da una banda.

ALL’HOSPITALE DI SAN TOMASO DI MAJANO

Mercoledì 21 Novembre 2018, ore 20.30

La Via di Giulio

Incontro con don Luigi Fontanot

parroco di Fiumicello

 

la via, la vita, la verità di Giulio Regeni:

una prima raccolta di frammenti,

mentre la Storia non si sa decidere

 

Diritti umani, cura sociale, incontro della diversità, dialogo interreligioso: questo sembra essere il Cammino di Giulio. È arrivato al superamento del “Noi e Loro”, ci ha provato a livello locale e internazionale, a vent’anni. Per questi progetti, in certi periodi della Storia, come questo, la vita non basta. Gli è stato chiesto di più. E il suo sacrificio non sarà sprecato, darà frutti, se la sua speranza non resterà in un cassetto, se verrà raccolta. Il suo cammino può proseguire. Il conto lo ha già pagato lui.

L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Agesci regionale.

Info e prenotazioni:

amicidellhospitale@gmail.com  hospitalesangiovanni.wordpress.com     3288213473

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Cammino di San Martino 2018

CAMMINO DI SAN MARTINO 2018

il 9-10-11 Novembre 2018

da Smartno Brda ad Aquileia

IL CAMMINO DI SAN MARTINO

9/11 – dalla Slovenia a Smartno Brda –San Martino del Collio Sloveno (pernottamento)

10/11 – da Smartno a San Martino del Carso e in notturna a Doberdò del Lago (pernottamento)

11/11 da Doberdò a San Canzian d’Isonzo, a Fiumicello fino ad Aquileia.

A 1700 anni dalla sua nascita riprendiamo per il terzo anno il Cammino di San Martino, arriveremo ad Aquileia per vedere i mosaici come li vide lui, appena finiti, nei primi anni ’20 del IV sec.

è consigliata la prenotazione

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LA VEGLIA DI LJUBA

La storia di Angelo e della sua famiglia.

Il nonno siciliano, dell’ottocento, prima tessera socialista in Sicilia, nel 1925 viene mandato in Istria, sposa una maestra… vede il figlioletto Luciano diventare prima balilla e poi piccolo militare titino, a quel punto decide di emigrare in Italia, arrivano a San Daniele, si dedicano all’assistenza nel Manicomio della Città.  Luciano cresce fa il liceo classico a Pordenone al Don Bosco diventa un rivoluzionario ma democristiano, lotta per l’accoglienza agli zingari, contro tutti, fonda l’anonima alcolisti, diventa presidente dell’ospedale di Udine e dell’ospedale di San Daniele, sindaco di San Daniele e nel frattempo la sfida continua con il figlio ribelle comunista anarchico indipendentista :Angelo Floramo che gli dedica questo libro. La veglia di Ljuba è il momento in cui Luciano muore in ospedale assistito dalla amata moglie Ljuba che significa amore. Una storia incredibile che passa attraverso e tiene su tutta la storia del Novecento. Una famiglia tre generazioni per raccontare come le frontiere sono diventate confini esterni e poi interni. Una storia di frontiera che supera ogni possibile fantasia, grazie a Dio, secondo Luciano, grazie al cielo e le stelle secondo Angelo…. Appunto Dio, rispose il papà!

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